In realtà, dopo l’apocalittica esperienza da campeggiatori, e dopo un anno sabbatico di meravigliose vacanze torinesi (le colline di Torino sono uniche al mondo..), venne l’idea di ripetere l’esperienza, ma stavolta la decisione non si pose: la colonia!
Io tremavo per i ricordi di rigidezza e disciplina ma tremavo di più all’idea di finire al campeggio.
Raggiunta la colonia, scoprii che l’ambiente era sempre lo stesso, comprese le signorine.
Ovviamente ci divisero a me e mia sorella, ma stranamente le cose erano diverse: lei fece immediatamente amicizia con le bambine della sua età e io feci amicizia con alcuni ragazzini del mio gruppo.
La colonia era gestita con disciplina, ma le signorine sapevano come far divertire e come organizzare giochi e svaghi.
Un giorno ricevemmo la visita di un carretto di gelati, spinto da un vasto gruppo di gelatai (il gruppo dov’era mia sorella, acconciato con costumini di cartone di tipo carnevalesco), poi lei ogni mattina scappava dal suo gruppo per venire nel nostro (ormai era una specie di mascotte..) senza dimenticarsi prima di mettere in tasca un po’ di panini per una ulteriore colazione, mentre giocavamo tutti insieme. Ovviamente, le rispettive signorine erano d’accordo tra loro e fingevano solamente di non vedere nulla, ma erano attentissime.
Una volta organizzarono le gite, e i più piccoli (quindi anche lei) furono portati all’acquario per vedere i delfini, mentre i più grandicelli (quindi anch’io) fummo portati a vedere le Grotte di Frasassi.
Stranamente, malgrado la rigidezza dei regolamenti, quell’estate ci divertimmo parecchio. Peccato che io avevo raggiunto il limite superiore d’età, quindi per me quello era l’ultimo anno.
Mia sorella, sebbene si fosse divertita, al ricordo degli incubi del campeggio, decise di non andare da sola, quindi quello fu l’ultimo anno in cui sfruttammo le risorse estive del posto di lavoro di mio padre.
Dopo quell’anno, le vacanze estive furono brevi ma intense, nella casa dei miei nonni, in Sicilia.
Finalmente passammo a una zona civile di matrice ellenica, e finirono quindi i problemi correlati alle terre bizantine, che lasciammo alla massa che cominciava a riversarsi già da allora sulla riviera adriatica.
Viet-Romag-Nam
L’anno successivo alla mia triste esperienza con il campeggio, decisi di recuperare il tempo perduto e, quando i miei genitori mi chiesero se preferivo la colonia o il campeggio, dissi che preferivo il campeggio.
Quell’anno, raggiunse il limite minimo di età per partecipare anche la mia sorellina.
Solito autobus, solito trasbordo verso Ravenna, raggiungimento della Marina e.. niente pineta.
Ci scaricò in una zona pressochè desertica, dove un solo albero regnava sovrano indiscusso di tutta la savana, sotto il quale era montata la tenda dei caporali, mentre attorno, sotto il sole, c’erano le tende dei disgraziati..
La prima giornata eravamo stanchi, ma dalla seconda giornata cominciammo a capire che le cose erano cambiate.
Il sole rendeva le tende incandescenti fino dal mattino presto, obbligando tutti a svegliarsi prestissimo, malgrado l’arsura avesse impedito di andare a dormire se non dopo molto tempo che il sole era sparito.
Ognuno doveva provvedere a sé stesso, e infatti c’erano delle pile di pietra dove lavare i propri panni, ma mia sorella era piccola, così piccola che rischiava di caderci dentro e annegare. Io cercavo di darle una mano ma non sono mai stato in gamba nelle faccende domestiche, quindi i nostri abiti (ma non solo i nostri, quelli di tutti i bambini in realtà) erano diventati ben presto assai simili alle mimetiche dei militari durante la guerra del golfo.
Questo, misto alla carenza di sonno causa la presenza di forni crematori invece di tende e alla carenza di cibo, visto che le scorte prima di giungere a tavola si fermavano nella tenda dei caporali e che mancava qualcuno che sapesse cucinare, fece sì che, in breve tempo, ci trasformassimo tutti in una sottospecie di zombi.
La sorveglianza era pressochè nulla, dato che giovanotti e signorine erano assai più propensi ad appartarsi nella loro tenda che a seguire i bambini, per cui ci portavano direttamente in spiaggia e ci mollavano lì per tutto il giorno, assentandosi.
Quando qualcuno aveva necessità di tornare al campeggio, si metteva d’accordo con qualcun altro e si aiutavano l’un l’altro ad attraversare (ho dimenticato di dire che, per passare dal campeggio alla spiaggia, occorreva attraversare una strada statale che, per fortuna, all’epoca era relativamente poco trafficata).
Mia sorella non sopportava questa vita schifosa (credo che nemmeno i marines e quelli della legione straniera sopporterebbero a lungo, una vita simile) e si lamentava e piangeva sovente.
Per farla smettere, mi levarono dalla tenda con lei e mi mandarono in altra tenda. La presenza del sole cocente riduceva di molto il tempo che passavamo in tenda, ma egualmente, quando arrivava il momento fatidico lei scoppiava a piangere (e a volte anch’io avevo difficoltà respiratorie per via di qualcosa che mi bloccava la gola)
Alla fine, i caporali telefonarono ai genitori, che vennero lì, senza ovviamente che noi sapessimo nulla.
Basti dire che mia madre non riconobbe mia sorella e ci restò male quando vide una bambina impolverata, con le occhiaie enormi, disidratata e bruciata dal sole, che si lanciò di corsa verso di lei urlando “Mamma!”
Passarono un’intera giornata con noi, per rendersi conto di cosa succedeva, poi mio padre ci prese e ci portò via. Il caporalume protestò (presagendo il futuro..) ma le dimensioni e l’espressione che aveva mio padre in quel momento avrebbero fatto cagare sotto anche Walker, quindi le proteste terminarono immediatamente.
Tornati a Torino, mettemmo una pietra sopra i campeggi e la zona di Ravenna, infatti da allora non ci sono (quasi) mai tornato.
Quell’anno, raggiunse il limite minimo di età per partecipare anche la mia sorellina.
Solito autobus, solito trasbordo verso Ravenna, raggiungimento della Marina e.. niente pineta.
Ci scaricò in una zona pressochè desertica, dove un solo albero regnava sovrano indiscusso di tutta la savana, sotto il quale era montata la tenda dei caporali, mentre attorno, sotto il sole, c’erano le tende dei disgraziati..
La prima giornata eravamo stanchi, ma dalla seconda giornata cominciammo a capire che le cose erano cambiate.
Il sole rendeva le tende incandescenti fino dal mattino presto, obbligando tutti a svegliarsi prestissimo, malgrado l’arsura avesse impedito di andare a dormire se non dopo molto tempo che il sole era sparito.
Ognuno doveva provvedere a sé stesso, e infatti c’erano delle pile di pietra dove lavare i propri panni, ma mia sorella era piccola, così piccola che rischiava di caderci dentro e annegare. Io cercavo di darle una mano ma non sono mai stato in gamba nelle faccende domestiche, quindi i nostri abiti (ma non solo i nostri, quelli di tutti i bambini in realtà) erano diventati ben presto assai simili alle mimetiche dei militari durante la guerra del golfo.
Questo, misto alla carenza di sonno causa la presenza di forni crematori invece di tende e alla carenza di cibo, visto che le scorte prima di giungere a tavola si fermavano nella tenda dei caporali e che mancava qualcuno che sapesse cucinare, fece sì che, in breve tempo, ci trasformassimo tutti in una sottospecie di zombi.
La sorveglianza era pressochè nulla, dato che giovanotti e signorine erano assai più propensi ad appartarsi nella loro tenda che a seguire i bambini, per cui ci portavano direttamente in spiaggia e ci mollavano lì per tutto il giorno, assentandosi.
Quando qualcuno aveva necessità di tornare al campeggio, si metteva d’accordo con qualcun altro e si aiutavano l’un l’altro ad attraversare (ho dimenticato di dire che, per passare dal campeggio alla spiaggia, occorreva attraversare una strada statale che, per fortuna, all’epoca era relativamente poco trafficata).
Mia sorella non sopportava questa vita schifosa (credo che nemmeno i marines e quelli della legione straniera sopporterebbero a lungo, una vita simile) e si lamentava e piangeva sovente.
Per farla smettere, mi levarono dalla tenda con lei e mi mandarono in altra tenda. La presenza del sole cocente riduceva di molto il tempo che passavamo in tenda, ma egualmente, quando arrivava il momento fatidico lei scoppiava a piangere (e a volte anch’io avevo difficoltà respiratorie per via di qualcosa che mi bloccava la gola)
Alla fine, i caporali telefonarono ai genitori, che vennero lì, senza ovviamente che noi sapessimo nulla.
Basti dire che mia madre non riconobbe mia sorella e ci restò male quando vide una bambina impolverata, con le occhiaie enormi, disidratata e bruciata dal sole, che si lanciò di corsa verso di lei urlando “Mamma!”
Passarono un’intera giornata con noi, per rendersi conto di cosa succedeva, poi mio padre ci prese e ci portò via. Il caporalume protestò (presagendo il futuro..) ma le dimensioni e l’espressione che aveva mio padre in quel momento avrebbero fatto cagare sotto anche Walker, quindi le proteste terminarono immediatamente.
Tornati a Torino, mettemmo una pietra sopra i campeggi e la zona di Ravenna, infatti da allora non ci sono (quasi) mai tornato.
Morbus bizantinuum
Dopo l’esperienza con la colonia, chiesi ai miei genitori di lasciarmi provare (l’anno dopo) con il campeggio: avevo sete di libertà, non avendo mai sopportato la rigida disciplina della vita di caserma, neanche all’epoca..
L’anno dopo, mio padre richiese quindi il campeggio per le mie avventure estive, e scoprii (per la prima volta nella mia vita) che forse c’era una stella quando sono nato.
Il solito autobus ci condusse alla Marina di Ravenna, splendida cittadina, addentrandosi quindi in una pineta rigogliosa dove ci scaricò di fronte allo sguardo attento di numerosi caporali travestiti da giovanotti e signorine.
Scesi, fecero l’appello e ci fecero quindi prendere posto nelle tende, dove sistemammo la roba.
Cominciarono quindi delle fantastiche giornate di giochi e gite a vedere il bello di una città che è stata sia capitale romana che bizantina.
Ovviamente, essendo nella Marina, non mancavano le giornate al mare, compresa la volta in cui ci fecero ammirare l’alba sul mare adriatico.
Naturalmente, anche allora avrei dovuto sapere che in realtà, pur essendo nato in piena notte, non esisteva alcuna stella in cielo che splendesse per me (ovvio: era una notte buia e tempestosa..)
Un giorno, a metà del periodo vacanziero, mi sentii male e la signorina travestita da caporale che mi aveva in consegna mi affidò alle sapienti cure del locale ospedale, dove mi diagnosticarono una rarissima e pericolosissima forma di un antichissimo morbo bizantino: il morbillo!
Pieno di piaghe purulente e macchie oscene, venni tenuto in completo isolamento, sottoposto a ogni genere di tortura e violenza fisica e psicologica, compresa la scelta tra ingoiare pillole gigantesche o essere trapassato da siringhe con aghi degni dei trafori alpini..
Mio padre, avvertito, venne immediatamente a vedermi, ma non gli permisero di portarmi via (ero ancora contagioso) e d’altra parte non poteva stare lì ad accudirmi per l’intero periodo, quindi tornò a casa lasciandomi triste e solitario a piangere calde lacrime..
Passai lì dentro i restanti giorni della mia vacanza, per poi aggregarmi (non completamente guarito, ma almeno non più contagioso) ai miei compagni di avventura nel ritorno a casa.
Ero l’unico che, dopo un periodo di campeggio al mare, era più pallido di prima.
L’anno dopo, mio padre richiese quindi il campeggio per le mie avventure estive, e scoprii (per la prima volta nella mia vita) che forse c’era una stella quando sono nato.
Il solito autobus ci condusse alla Marina di Ravenna, splendida cittadina, addentrandosi quindi in una pineta rigogliosa dove ci scaricò di fronte allo sguardo attento di numerosi caporali travestiti da giovanotti e signorine.
Scesi, fecero l’appello e ci fecero quindi prendere posto nelle tende, dove sistemammo la roba.
Cominciarono quindi delle fantastiche giornate di giochi e gite a vedere il bello di una città che è stata sia capitale romana che bizantina.
Ovviamente, essendo nella Marina, non mancavano le giornate al mare, compresa la volta in cui ci fecero ammirare l’alba sul mare adriatico.
Naturalmente, anche allora avrei dovuto sapere che in realtà, pur essendo nato in piena notte, non esisteva alcuna stella in cielo che splendesse per me (ovvio: era una notte buia e tempestosa..)
Un giorno, a metà del periodo vacanziero, mi sentii male e la signorina travestita da caporale che mi aveva in consegna mi affidò alle sapienti cure del locale ospedale, dove mi diagnosticarono una rarissima e pericolosissima forma di un antichissimo morbo bizantino: il morbillo!
Pieno di piaghe purulente e macchie oscene, venni tenuto in completo isolamento, sottoposto a ogni genere di tortura e violenza fisica e psicologica, compresa la scelta tra ingoiare pillole gigantesche o essere trapassato da siringhe con aghi degni dei trafori alpini..
Mio padre, avvertito, venne immediatamente a vedermi, ma non gli permisero di portarmi via (ero ancora contagioso) e d’altra parte non poteva stare lì ad accudirmi per l’intero periodo, quindi tornò a casa lasciandomi triste e solitario a piangere calde lacrime..
Passai lì dentro i restanti giorni della mia vacanza, per poi aggregarmi (non completamente guarito, ma almeno non più contagioso) ai miei compagni di avventura nel ritorno a casa.
Ero l’unico che, dopo un periodo di campeggio al mare, era più pallido di prima.
Riccione, truppe coloniali..1
La prima volta che sono stato in caserma, avevo ben 7 anni, e il periodo di servizio è durato esattamente 6 settimane.
Era estate, il grosso ente per cui lavorava mio padre aveva messo a disposizione dei dipendenti, per i propri figli che avevano terminato le scuole, la colonia estiva, sita presso la famosa cittadina della riviera romagnola.
L’autobus ci raccolse a Torino, poi proseguì verso Milano dove raccolse ulteriori vittime sacrificali, per giungere infine a Riccione, entrando nel cortile della caserma e scaricandoci dentro, mentre una folla di caporali travestiti da signorine aspettava il nostro ingresso.
Schierati tutti in riga, cominciò la complicata fase dell’appello, durante la quale una signorina alla volta si avvicinava e chiamava alcuni nomi da un foglio, e i chiamati si avvicinavano a lei, che al termine diceva loro “Seguitemi!” e sparivano dentro una delle numerose porte, e nessuno li rivedeva più.
Quando venne il mio turno, la signorina raccattò il gruppo e ci portò dentro una porta, su una scala, lungo un breve corridoio dove c’erano ben 3 porte, lei indicò la porta a sinistra e disse “Bambine, aspettatemi lì dentro!” e le bambine sparirono dietro la porta, poi indicò la porta di destra e disse “Bambini, voi lì dentro!” e noi entrammo, scoprendo un camerone con tanti lettini affiancati da un armadietto e tanti armadi contro la parete.
Dietro accurato controllo, provvedemmo tutti a disfare le valige per riporre la roba (accuratamente piegata come solo dei bambini saprebbero fare) dentro gli armadi e ognuno si accaparrò di un lettino.
Dopo di ciò scendemmo verso lo stanzone sottostante dove erano stati preparati dei tavolini apparecchiati e dove provvedemmo a cenare.
Quella sera fu tranquilla, anche per via della stanchezza accumulata nel viaggio, ma il mattino dopo scoprimmo di essere finiti all’inferno!
La sveglia suonò agli altoparlanti poco dopo l’alba.
La signorina travestita da caporale entrò nello stanzone e ci chiamò urlando “Sveglia! Giù dalle brande! Lavatevi, vestitevi e poi scendete sotto!”
Obbedimmo e facemmo colazione, per poi uscire nel cortile e partecipare all’alza bandiera.
Dopo la cerimonia, ci rimandarono in camera per indossare la divisa degli assaltatori lagunari (costume da bagno), quindi ci portarono oltre un cancello nella spiaggia riservata della caserma, dove passammo la mattinata completa in esercitazioni belliche sulla spiaggia e dentro l’acqua.
Fine esercitazioni, doccia, rimettere la divisa da caserma e pranzo.
Al pomeriggio, dopo una pausa di riposo, ci esercitammo in giochi vari in cortile, sempre sotto l’occhio attento e le urla di richiamo dei caporali istruttori travestiti da signorine..
Un paio di volte facemmo anche delle escursioni nelle vicinanze.
Furono 6 lunghe settimane di impegni rigidi e serrati. Un’esperienza unica nella vita di un bambino di 7 anni, specie considerando che era fatta al di fuori di Sparta..
Era estate, il grosso ente per cui lavorava mio padre aveva messo a disposizione dei dipendenti, per i propri figli che avevano terminato le scuole, la colonia estiva, sita presso la famosa cittadina della riviera romagnola.
L’autobus ci raccolse a Torino, poi proseguì verso Milano dove raccolse ulteriori vittime sacrificali, per giungere infine a Riccione, entrando nel cortile della caserma e scaricandoci dentro, mentre una folla di caporali travestiti da signorine aspettava il nostro ingresso.
Schierati tutti in riga, cominciò la complicata fase dell’appello, durante la quale una signorina alla volta si avvicinava e chiamava alcuni nomi da un foglio, e i chiamati si avvicinavano a lei, che al termine diceva loro “Seguitemi!” e sparivano dentro una delle numerose porte, e nessuno li rivedeva più.
Quando venne il mio turno, la signorina raccattò il gruppo e ci portò dentro una porta, su una scala, lungo un breve corridoio dove c’erano ben 3 porte, lei indicò la porta a sinistra e disse “Bambine, aspettatemi lì dentro!” e le bambine sparirono dietro la porta, poi indicò la porta di destra e disse “Bambini, voi lì dentro!” e noi entrammo, scoprendo un camerone con tanti lettini affiancati da un armadietto e tanti armadi contro la parete.
Dietro accurato controllo, provvedemmo tutti a disfare le valige per riporre la roba (accuratamente piegata come solo dei bambini saprebbero fare) dentro gli armadi e ognuno si accaparrò di un lettino.
Dopo di ciò scendemmo verso lo stanzone sottostante dove erano stati preparati dei tavolini apparecchiati e dove provvedemmo a cenare.
Quella sera fu tranquilla, anche per via della stanchezza accumulata nel viaggio, ma il mattino dopo scoprimmo di essere finiti all’inferno!
La sveglia suonò agli altoparlanti poco dopo l’alba.
La signorina travestita da caporale entrò nello stanzone e ci chiamò urlando “Sveglia! Giù dalle brande! Lavatevi, vestitevi e poi scendete sotto!”
Obbedimmo e facemmo colazione, per poi uscire nel cortile e partecipare all’alza bandiera.
Dopo la cerimonia, ci rimandarono in camera per indossare la divisa degli assaltatori lagunari (costume da bagno), quindi ci portarono oltre un cancello nella spiaggia riservata della caserma, dove passammo la mattinata completa in esercitazioni belliche sulla spiaggia e dentro l’acqua.
Fine esercitazioni, doccia, rimettere la divisa da caserma e pranzo.
Al pomeriggio, dopo una pausa di riposo, ci esercitammo in giochi vari in cortile, sempre sotto l’occhio attento e le urla di richiamo dei caporali istruttori travestiti da signorine..
Un paio di volte facemmo anche delle escursioni nelle vicinanze.
Furono 6 lunghe settimane di impegni rigidi e serrati. Un’esperienza unica nella vita di un bambino di 7 anni, specie considerando che era fatta al di fuori di Sparta..
Iscriviti a:
Post (Atom)
Il mondo del se...
O vvero, cosa sarebbe successo se...? Il primo esempio che mi viene in mente è cosa sarebbe successo se me ne fossi fregato del mobb...
-
Ogni tanto mi capita di imbattermi nei controllori, ovvero gli addetti dell’azienda al rilevamento delle infrazioni, in particolare la veri...
-
ACHTUNG! Questo post ha un linguaggio un pochino pepato! :P ___ Detesto quando mi fanno perdere tempo sul lavoro, e se c'è una cos...
-
Stavo sistemando alcuni dettagli in merito a una situazione poco simpatica, quando squilla il mio telefono, e al solito non riconosco l...