La Spagnola...


Ho già parlato della Bionda, e devo aver detto che ogni tanto capitava che si usciva tutti insieme.
In una di queste uscite, andando in un locale piuttosto raffinato (per gli standard serbi) la Bionda mi ha presentato una sua amica, una ragazza molto simpatica e molto bella, che parlava un inglese particolare (un poco come tutti, lì in Serbia) ma misto a molte parole evidentemente tedesche, e con un nome spagnolo che mi ha colpito parecchio, al punto che, col mio inglese, le ho chiesto se fosse di origine spagnola, benchè i tratti somatici non avessero nulla di spagnolo. Lei si è messa a ridere, una risata deliziosa, poi mi ha spiegato che le amiche la chiamano così perchè è mora e le piacciono i romanzi di avventure salgariani, ma il suo vero nome è di origine croata. Ovviamente le ho chiesto quale fosse il suo vero nome, lei me l'ha detto e io le ho chiesto come si scriveva, lei ha sorriso e mi ha fatto lo spelling, ma io ho finto di non capire (in realtà non ho finto molto: quelle parole tedesche che infilava nel mezzo non mi erano affatto chiare), e lei mi ha detto “Dammi qualcosa e te lo scrivo!”
Io avevo sottomano solo il telefonino, così le ho detto “Scrivilo qua!” e le ho dato il telefonino dopo aver evidenziato la posizione per l'inserimento di un nuovo contatto. Lei si è messa a ridere, ma ha scritto il suo nome sul mio telefonino, me l'ha reso e io ho letto il suo nome, poi ho spostato il cursore sulla voce per aggiungere il numero telefonico del nuovo contatto e le ho detto “Ok, completa l'operazione!”. Lei si è fatta un'altra risata, poi ha detto “Ma se volevi il mio numero di telefono bastava chiedermelo!” ma nel frattempo aveva già provveduto a scriverlo e memorizzarlo nella memoria del telefonino, oltre che a farsi squillare il proprio per memorizzare il mio numero, chiedendo a me di scrivere il mio nome.
Io le ho sorriso “Si, ma non parlo inglese così bene da chiederti di darmi il tuo numero di telefono!” “Ma me l'hai appena chiesto!” mi ha fatto notare lei.
Vero, ma se io ti chiedevo di darmi il tuo numero di telefono e tu me lo davi, quando ti avrei chiamata non ti saresti mai ricordata di me, invece adesso tu non mi dimenticherai mai!” lei mi guarda un attimo, poi scoppia a ridere “Questo è vero! Sicuramente sei unico e difficilmente potrò dimenticarmi di come mi hai chiesto il numero di telefono!”
La serata è proceduta, al solito, in allegria, tra chiacchiere, sorrisi, bevute e, alla fine, quando le ragazze si sono alzate per andar via, ci siamo alzati anche noi per accompagnarle alle macchine e, lì giunti, lei mi ha sorriso “Grazie per la bella serata!” “Grazie a te, spero ti sia divertita”
Si, moltissimo: la tua compagnia è stata molto piacevole...” “Allora mi merito un bacio?”
Lei scoppia a ridere ancora una volta “Ma certo!” si avvicina dandomi la mano e, poggiandomi l'altra mano sulla spalla (per tenermi a distanza e assicurarsi che non tenti di fare "cose strane", anche se, volendo fare "cose strane" essere alto e avere le braccia lunghe come me, avrebbe annullato l'effetto del suo braccio, ma io non sono il tipo che agisce in questo modo e soprattutto mi sono accorto subito che lei non è una ragazza che apprezza certe azioni: avrebbe potuto prenderla come un affronto personale...) mi saluta con i soliti 3 baci serbi, ma mi accorgo che su ciascun bacio indugia un istante in più del necessario, o meglio ce ne accorgiamo sia io che la Bionda, che salutandomi sorride e mi strizza l'occhio, dicendomi (in serbitaliano per evitare che l'altra capisca) “Io penso che tu piacere lei! Io ho tuo numero: io chiedo lei, mi informo e poi ti faccio sapere!”

Freddo...


Ero in licenza premio (weekend italiano) e mi ero avviato verso l'aeroporto di Belgrado per tornare in patria.
Mentre aspettavo l'aereo, un beep mi avvisa che ho un nuovo messaggio.
Leggo "Quando arrivi in Italia chiamami!" e la mittente era lei: Architetta.
Tra una cosa e l'altra, arrivo a Malpensa che era quasi mezzanotte, quindi le invio un sms, e lei risponde "Ok chiama domattina!"
Al mattino la chiamo e lei mi chiede di raggiungerla a casa sua, cosa che faccio nel minor tempo possibile.
Giunto da lei, mi fa salire nell'alloggio dove vive, un bacetto veloce e poi mi conduce verso la sua camera, dove mi fa sedere direttamente sul letto e si siede accanto a me.
Comincia quindi a parlare di mille cose, senza dirigere il discorso su nessuna, e senza pensare che io non avevo alcuna voglia di parlare, o almeno così pensavo io, e un istante dopo glielo dimostrai.
La abbracciai e le tappai la bocca con un bacio, lei ricambiò ma con poca passione, così le chiesi se c'era qualche problema. Mi rispose di no, e per dimostrarlo mi baciò di nuovo, un po' meglio di prima, ma ancora non riuscii a percepire nulla di buono, e ancora una volta glielo dissi.
Lei mi guardò stranamente, poi si ritirò in sè e mi disse "Non posso più stare con te!"
La guardai stupito e le chiesi "Non capisco, che ho fatto di male?" "No, non sei te, sono io!"
"Ok, ma che ho fatto di male?" "Ti ho detto che non sei te..."
"Si, ma sono abbastanza vecchio da sapere che questo significa che devo aver fatto qualcosa di tremendo!"
Lei mi guardò e scoppiò a piangere. Mentre le asciugavo le lacrime, mi disse "No, sono veramente io: non me la sento di tenerti vincolato a me, dopo che ho sentito in ditta quello che prospettano nei tuoi confronti!" "Cioè?"
"Dovevi stare in quel posto schifoso solo fino a fine anno, ma adesso stanno avviando una filiale locale..." "Si, c'è già!"
"...Si, ma intendono piazzarci qualche italiano a gestirla, per i primi anni, e per quanto riguarda la parte elettrica, sei tu!" "Ah!"
"Si, secondo i piani di GrandeCapo, dovrai stare lì per almeno altri 3 o 4 anni..." "Uhm... più o meno combina con quanto avevo sentito io, ma cosa c'entra con noi?"
"Non voglio tenerti vincolato a me per questo tempo, stando a distanza in questo modo: hai diritto a vivere la tua vita senza problemi!"
La guardo fisso per alcuni lunghi istanti, e lei non riesce a sostenere il mio sguardo, così le dico "Ok, come vuoi! Nessun problema! Spero solo che lui ti voglia bene come me!"
Lei alza di colpo lo sguardo spaventata, con gli occhi sgranati "Ma... ma... come...???"
Sorrido, e lei si calma, rilassandosi "Come diavolo hai fatto a capire che...?" "Non è che ci voglia molto: sei una donna bella e affascinante, difficile che gli uomini non ti notino, e difficile anche che qualcuno non ci provi... evidentemente hai trovato il tipo giusto per te, e ne sono felice!"
"Non sei arrabbiato?" "Non ne vedo il motivo: non avevamo nessun vincolo, se ricordo bene!"
"Si, ma di solito queste cose si dicono così, poi al momento giusto nasce la gelosia e..." "Evidentemente non mi conosci bene: io non sono affatto geloso, visto che tu non sei un oggetto di mia proprietà ma una persona libera di decidere nel modo migliore per sè!"
"Oddio! Ma tu sei veramente un essere speciale!" "Diciamo piuttosto che sono uno speciale idiota!"
"No! Tu sei una persona speciale, una persona diversa da tutte le altre, e io non ti merito!" "Eheheh! Sono talmente speciale che non sono mai riuscito a trovare una ragazza che mi meriti, e quindi creperò da solo, come sono vissuto!"
"No, non dire così!" "Ciao, in bocca al lupo per tutto! Che tu sia sempre felice!"
Ed esco, per tornare a casa, accorgendomi che sta iniziando a nevischiare, ma va bene così: pioggia e neve sono le benvenute in questa giornata, mentre alzo lo sguardo al cielo bianco e mi incammino a piedi, anzichè aspettare il tram, e rifletto sul fatto che anche lei è ormai perduta, come mille altre prima di lei e come mille altre dopo di lei, nel corso della mia vita maledetta e solitaria, grazie al fatto che sono talmente idiota da stare a pensare anche al bene di lei e non solo al mio, come dovrei fare e come fanno normalmente tutti i maschi seri, quelli che vengono realmente apprezzati dalle donne, specie da quelle che si lamentano di non essere mai capite, ma non importa: in fondo per me vige sempre la "regola dell'amico", con le donne a cui tengo davvero. Forse un giorno proverò ad applicare un certo "teorema" e otterrò maggiori soddisfazioni, o forse no, ma in fondo non mi importa.
Poco dopo, entro in un bar, col giaccone e il volto fradici, e mi avvicino al bancone, dove ordino una cioccolata calda. La barista sorride "Fa freddo lì fuori, eh?" "Si, molto freddo: praticamente sto gelando dentro!"

Foto di gruppo

Ecco qui una foto di gruppo dell'intero squadrone dislocato in Serbia, ripresa nel nostro ufficio un attimo prima che qualcuno di noi sparisse misteriosamente nel nulla più assoluto, in mezzo a urla raccapriccianti e spruzzi di sangue dalle membra squarciate...  ;)

Diario dal fronte...


Ero giunto da poco, quando mi hanno affibbiato un lavoro merdoso che la metà basta.
Dovevamo passare con i nostri impianti in uno stabilimento sottodimensionato, dove il grosso dello spazio era occupato dai macchinari di una ditta tedesca.
Tali tedeschi, con arroganza tipicamente teutonica, pretendevano di comandare e dare ordini in casa d'altri, ma visto che i padroni di casa non erano in grado di far valere le proprie ragioni, malgrado agissero anche loro come truppe d'occupazione italiche, toccava agli scarsi membri dei corpi speciali del nordovest contrapporsi alle numerose divisioni di panzer germanici, naturalmente potendo contare sul fatto che i propri alleati italici li avrebbero traditi e aggrediti alle spalle non appena possibile, ma tant'è: in fondo la storia si ripete sempre!
E fu così che venni inviato in prima linea, in una riunione ad alto livello, per risolvere i problemi!
Nessuno dei miei colleghi, malgrado le promesse iniziali, si fece trovare disponibile per accompagnarmi, così mi avviai verso il campo di concentramento tedesco, accompagnato solo da alcuni personaggi sconosciuti, che ho poi scoperto appartenere alle truppe d'occupazione dei padroni di casa, anche se erano evidentemente stati arruolati sul posto.
Stendemmo su un tavolo i nostri piani di battaglia, dov'era rappresentato lo stabilimento da conquistare, i tedeschi gettarono sul tavolo una marea di panzer-disegni, dove mostravano lo straordinario numero dei propri macchinari da installare nel capannone, gli italiani dispiegarono in campo le proprie scarse forze, subito sopraffatte dallo strapotere teutonico, e la battaglia pareva ormai persa e senza speranza, quando io mi alzai e posai la mano sui fogli, dicendo un semplice “NO!”
Tutti mi guardarono, gli italiani incapaci di comprendere che anch'io sapevo parlare, i tedeschi incapaci di comprendere che qualcuno osasse ancora opporsi alle loro forze d'invasione, ma io continuai con il mio serbinglese alla Toro Seduto, indicando un'area del disegno “Qua voi non passate, che qua ci siamo noi!”
Mi guardarono stupefatti, poi cominciarono a fioccare le proteste in una babele linguistica fenomenale, mentre uno dei personaggi italici mi fissava con uno strano sguardo, senza dire una parola.
Al termine delle proteste, io ripresi la parola “Vi ripeto che qua non passate! Qua dobbiamo passare noi!”
Altre proteste, finchè il comandante in capo della panzer-divisionen si alza, con i pugni chiusi premuti contro i fianchi ed esclama “Noi dobbiamo mettere nostre macchine in quel punto!” “Vi consiglio di trovarvi un altro posto!”
“Himmel! Du lieber gott! Perchè noi dobbiamo trovare altro posto? Noi dobbiamo stare in quel punto!” “Quanto sono alte le vostre macchine?”
“Sono alte fino a uno metro sotto capriata!” “Allora di lì non passate! Cercatevi un altro posto!”
“[sequenza di bestemmie germaniche] Perchè?” lo guardo fisso negli occhi, con una luce assassina pari a quella che aveva lui nei miei confronti, poi gli rispondo “Perchè in un metro tra la macchina e la capriata non passano i nostri blindo!” [nota: blindo sta per condotti blindati, un sistema più efficiente e meno costoso di gestire gli impianti elettrici industriali che con i cavi e le canaline]
“E cosa me ne frega a me dei vostri blindo? Io ho i miei panzer e le mie SS!” “Bene, allora collega un alternatore a ciascun panzer e metti tutte le SS a pedalare per far girare l'alternatore, che se noi non passiamo con i nostri blindo, voi le vostre fottute macchine ve le dovete alimentare a manovella, se volete farle funzionare!”
“COSA?!?!?!” “In parole semplici: no blindo no elettricità!”
Il feldmaresciallo sturmtruppenfuhrer mi guarda ammutolito, riflettendo intensamente su quanto gli ho detto, e poi si volta verso i suoi aiutanti per chiedere loro qualcosa in tedesco, mentre il personaggio di cui sopra continua a guardarmi fisso, rendendomi anche un pochino nervoso.
Alla fine del dibattito, il fuhrer mi guarda e dice “Sposteremo i macchinari e vi lasceremo spazio per i vostri blindo! Quanto vi serve?” e io gli indico le dimensioni dell'area di ingombro, che devono forzatamente lasciare libera.
A quel punto il personaggio si alza, mi da una pacca sulla spalla e, ridendo, dice ai suoi con un accento sudamericano “Visto? Lui non sa parlare bene inglese, ma si fa capire e risolve i problemi! Così dovete fare anche voi!” Gli altri mi guardano facendo cenni di assenso verso il loro capo, ma non dicono una parola, e nemmeno io dico nulla, in fondo non so nemmeno chi siano, costoro.
Poco dopo spariscono nella notte serba, mentre io torno in ufficio, e i miei colleghi mi chiedono com'è andata. Faccio un riassunto della situazione e tutti mi guardano, poi aggiungo quanto mi ha detto quel tipo, e chiedo chi diavolo sia, al chè mi fissano stupefatti “Ma come? Ma quello è Tizio!”
Li guardo senza espressione (il nome non mi dice proprio nulla) e loro mi fissano, prima di aggiungere “Il capo supremo dello stabilimento in oggetto!”
“Ah! Ecco perchè è riuscito a dire almeno 3 frasi, prima che i tedeschi lo facessero azzittire! Vabbè, è tardi, andiamo via che ho fame?”

Cosa tu mangi?


La nostra Segretaria serba ha talmente tanti compiti, che non riesce a espletarne nemmeno uno.
Qualsiasi cosa le si dica, lei risponde sempre “Ok” ma poi non fa assolutamente niente.
L'unica cosa che fa, oltre a rispondere al telefono serbo e a fare la bella statuina all'ingresso dell'ufficio, e oltre a fumare e prendere il caffè con la segretaria della nostra controparte, è quella di preoccuparsi del vettovagliamento, anche perchè c'è di mezzo pure il suo.
Abbiamo una convenzione con un ristorante locale, che ci porta il pranzo in base alle ordinazioni, così ogni mattina, entro le 10, dobbiamo segnare su un foglio apposito il codice del piatto prescelto per la giornata, in modo che lei, entro le 11, possa prendere tutti i codici, telefonare al ristorante suddetto e ordinare la pappa per tutti.
Nessun problema quando si è in ufficio, visto che il menù, pur essendo in serbo, è illustrato quindi si capisce cosa si sta scegliendo, poi c'è sovente il nostro TecnicoInterprete, che essendo pure cuoco (nella vita civile precedente) ha ottime probabilità di fornirci una traduzione approssimativamente esatta del nome corrispondente al numerino scelto (in attesa che la suddetta Segretaria trovi il tempo, tra una pausa caffè e una pausa sigaretta, di dedicarsi alla traduzione del succitato menù, per noi ignoranti delle cirilliche delicatezze locali)
Il problema si pone quando non siamo in ufficio, in quanto la fanciulla chiama al telefonino ciascuno di noi, con un criterio prettamente basato sull'importanza gerarchica della persona, o sul fatto che il suddetto personaggio gli sia simpatico o meno in quella particolare giornata (non devo nemmeno dirlo, che io sono sempre tra gli ultimi a essere chiamato, vero?) e comincia il solito dialogo surreale.
Squilla il telefonino, solitamente quando si è in riunione o incasinatissimi in qualche sperduto buco di culo, appare il suo numero (e talvolta anche il suo nome, a seconda di come è stato memorizzato) e rispondo (in italiano, tanto lei dice di capirlo benissimo... dice...): “Cosa c'è?” “Ciao MK, sono io: Segretaria!”
“Lo vedo che sei te, ciao, cosa c'è?” “Ho visto che non hai segnato niente! Cosa tu mangi?”
“Che ne so? Che cosa c'è da mangiare?” “C'è questo, quest'altro e quest'altro ancora [e mi legge l'elenco in serbo]. Cosa tu mangi?”
“Segretaria, non ho capito un kaiser di quello che mi hai detto! Dimmelo in italiano!” “Ah! Si, scusa tu me! Allora, questo sarebbe piatto di carne così... quest'altro sarebbe pesce con occhi... quest'altro ancora sarebbe piatto di [cosa strana che non riesce a tradurre]... Cosa tu mangi?”
A quel punto, il mio fisico reclama di procedere alternativamente con gli unici due piatti che conosco, ma per procedere alternativamente devo sapere per certo cosa ho mangiato il giorno prima (non si tratta di memoria scarsa, ma del fatto che quando si mangiano tutti i giorni le stesse cose, senza staccare mai, nemmeno sabato o domenica, si finisce veramente per non capire nemmeno in che giorno si sta vivendo), quindi chiedo direttamente: “Dimmi cosa avevo mangiato ieri?” “Ah! Tu volere stesso piatto di ieri? Ok, grazie!” e attacca, prima che riesca a dirle “Ma chi caxxo ti ha detto che voglio mangiare la stessa roba di ieri?” solo che non si riesce nemmeno più a telefonarle, visto che sta già chiamando qualcun altro (sono tra gli ultimi, ma non l'ultimo, evidentemente).
Dopo 3 volte che le cose finiscono in questo modo, prende il vizio e ordina direttamente il piatto del giorno prima, così è meglio, almeno una volta, stare in ufficio o ricordarsi di segnare il piatto prescelto, in modo che non prenda mai il vizio di ordinare lei il piatto del giorno precedente, altrimenti si finisce a fare una dieta estremamente monotona... Oddio, visto che il 90% dei piatti sono a base di carne e quasi sempre di maiale, la dieta è comunque monotona, ma con lei diventa realmente un “piatto unico”!

Luna piena...

Questo è praticamente un raccontino breve nato da un sogno che ho fatto tempo fa, ispirato da una certa zona che ho visto qua vicino e da una certa persona che purtroppo non è così vicino

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La luna splendeva alta nel cielo, ma nemmeno il suo chiarore illuminava le ombre di quella foresta, ombre dove non era difficile intuire il movimento di altre ombre, e da dove si udivano rumori strani.
Nessuno nel paese osava o voleva parlare di quella foresta, anche se era parte dello stesso paese, estendendosi in parte all'interno della periferia, sebbene le case della periferia fossero tutte disabitate e successivamente popolate di stranieri, gente che non conosceva nè il paese nè la foresta, gente che non sapeva nulla del passato, gente come me.
Ero fuori, stavo rientrando dall'unico locale decente del paese, ed era parecchio tardi. Per tornare a casa dovevo passare davanti alla foresta, un tratto di poche centinaia di metri, che facevo tutti i giorni, ma stavolta non era giorno.
Forse fu la luna, forse la birra, ma mentre camminavo attraverso il terreno, ho percepito una presenza nascosta nell'ombra. Non temevo delinquenti, sia per il fatto che non ne avevo mai visti in questo paese, sia perchè ero sotto gli effetti dell'alcool, e sebbene non posso ubriacarmi, divento comunque spavaldo e sbruffone senza ritegno, talvolta persino temerario.
Mi voltai e rimasi a guardare le ombre nere come la notte più oscura, finchè decisi che non c'era niente da vedere, e fu allora che sentii il fruscio del vento e percepii la presenza vicina a me. Malgrado l'alcool, ebbi un brivido di freddo e mi tirai su il colletto del giaccone, prima di proseguire fischiettando e canticchiando, temendo negli oscuri meandri del mio subconscio di sentire una voce che rispondesse al mio canticchiare.
Giunsi nella zona abitata, raggiunsi la mia casa ed entrai nel cortile, mi avvicinai al portone e, mentre cercavo le chiavi in tasca, sentii nuovamente una presenza accanto a me, mi voltai e la vidi: una gatta randagia, molto bella, mi guardava tenendosi a distanza, senza avvicinarsi e senza far rumore. La chiamai, ma non si mosse. Mi avvicinai di un passo e si allontanò, tenendo costante la distanza tra di noi, allora non ci pensai più ed entrai nel portone.
Pochi minuti dopo ero nel mio appartamento, ma il pensiero della gatta mi occupava la mente, presi una ciotola con del latte e una scatoletta di tonno, scesi e la misi accanto al portone, alzai lo sguardo e vidi la gatta in fondo al cortile che mi fissava. Sorrisi impacciato e mi allontanai. Il mattino dopo non vi era più traccia di cibo e latte, solo la scatoletta e la ciotola completamente pulite, che raccolsi e portai a casa.
La sera nuovamente vidi la gatta, riportai nuovamente la ciotola e del cibo, e nuovamente lei non si lasciò avvicinare, ma al mattino successivo trovai tutto pulito.
La cosa andò avanti alcuni giorni, finchè una sera uscii di casa per recarmi al locale, dove trovai il solito gruppo di amici, ma stavolta c'era anche una nuova arrivata: una donna che non avevo mai visto prima, ma pareva che mi conoscesse da come mi guardava. Feci per avvicinarmi ma lei si voltò rivolgendo il suo sguardo altrove e mi fermai, dedicandomi agli amici e alla birra. Poco dopo la rividi e mi accorsi che stava fissando proprio a me, sorrisi e feci un passo verso di lei, e lei non si mosse, continuò a guardarmi.
Io mi avvicinai e la raggiunsi, lei mi guardò senza dire niente, io la salutai e le chiesi se fosse nuova del posto, dato che non l'avevo mai vista prima. Lei mi rispose che non era nuova, ma era parecchio tempo che non veniva più in quel locale.
La sua voce era strana, melodiosa e calda, ma aveva un accento strano, un sottofondo particolare che non riuscivo a definire.
Le ho offerto da bere, abbiamo parlato un po' e infine è giunta per me l'ora di tornare, e ho visto che anche lei si è alzata, con l'evidente intenzione di andar via. Ne sono rimasto felicemente sorpreso, anche se non capivo perchè, ma la cosa più strana è stata che lei si è incamminata nella stessa direzione che seguivo io.
Le sorrisi, dicendole che era bello fare la strada insieme, lei sorrise e mi si avvicinò, prendendomi a braccetto.
Camminando raggiungemmo la foresta, e lei non si era ancora staccata da me, quindi cominciai a pensare che abitasse nel quartiere dove abitavo io, ma era strano che non avessi mai notato una così bella donna.
Lei si strinse a me, all'improvviso, e mi resi conto che c'era qualcosa che la turbava nella foresta. Non potei fare a meno di preoccuparmi, ripensando alle sensazioni provate quella sera, ma dovevo ovviamente essere forte, per lei. La abbracciai e accelerai il passo, superando presto la zona più oscura e tenebrosa, raggiungendo le case, dove le chiesi dove abitasse, pronto ad accompagnarla fino al portone di casa.
Lei si diresse decisa verso la strada dove abitavo io, e infine verso il palazzo dove abitavo io, ma era impossibile: non avevo una vicina così affascinante, anzi, non ricordo nemmeno di avere una vicina, a parte le mogli di alcuni colleghi.
Fui sconcertato quando lei mi guardò sorridendo e mi disse che stava lì, in quel palazzo.
Le risposi che anch'io stavo lì, e mi sorrise dicendomi che lo sapeva: mi aveva visto diverse volte e aveva apprezzato la mia gentilezza con quella gatta randagia.
Non ho idea di cosa sia successo, ma pochi minuti dopo eravamo nel mio appartamento, seduti sul divano, abbracciati.
Le carezzai i capelli, corti tra nuca e collo, e lei sembrò eccitarsi, pareva quasi fare le fusa mentre muoveva delicatamente la testa sotto la mia mano.
Le sue labbra erano invitanti, deliziosamente invitanti, e la baciai.
Non passò nemmeno un minuto, che eravamo entrambi nudi, avvinghiati stretti carezzandoci e baciandoci con passione sempre crescente, finchè l'eccitazione di entrambi giunse al culmine e facemmo l'amore.
Mentre riprendevo fiato e la baciavo, notai i suoi occhi, verdi come la foresta che avevamo attraversato, ma con vaghi riflessi dorati, e glieli baciai.
Al mattino mi svegliai e non la vidi: se n'era andata durante la notte.
Non la vidi più nel locale e non la vidi nemmeno nella casa, dove nessuno aveva mai visto una donna così affascinante e con quegli occhi così particolari.
Solo una donna anziana, nel negozio vicino, mi guardò stranamente quando sentì la descrizione, dicendomi che ero stato fortunato a incontrare questa donna e ad essere ancora vivo per raccontarlo. Le chiesi se si trattava di una folle assassina, ridendo, ma lei mi guardò spaventata, mormorò la parola «stregoneria» e non tornò mai più sull'argomento.
Quella sera tornai a casa tardi, riattraversai la foresta e provai nuovamente una strana sensazione.
Quando giunsi al portone, percepii la presenza accanto a me, mi voltai sperando di vederla, ma c'era solo la gatta in fondo al cortile. Le sorrisi chiedendole «Sei tornata?» e mi avviai a prendere la ciotola col latte. Scesi, posai la ciotola e la gatta si avvicinò lentamente.
Rimasi a guardarla affascinato dalle sue movenze sinuose, finchè fu abbastanza vicina da vederle gli occhi: verdi come la foresta, ma con riflessi dorati.

Odio, lacrime e sangue...


NOTA: Questo racconto è leggibile solo da persone con lo stomaco forte! L'argomento trattato e il tono usato sono inadatti a persone sensibili, in quanto si riferisce a un episodio orribilmente tragico che ha lasciato il segno in molti di noi!
Se continuate a leggere, sappiate che dovete essere preparati a un linguaggio esplicito e soprattutto a un finale tragico.


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Ecco, l'ha rifatto ancora una volta, eppure lo sa che non lo sopporto.
Ero già incasinato di mio, quando "lei" è entrata. Dio quanto è bella! E' già bella di suo, ma con la sua divisa è favolosa.
Mi si è avvicinata, chiedendomi informazioni sul lavoro che seguiamo insieme, e quasi non riuscivo a risponderle tanto mi emoziona la sua vicinanza, il suo sguardo così intenso e dolce, le sue labbra così deliziose che vorrei baciare intensamente, il suo profumo semplice e delicato.
Si, mi piace, e lo sa anche lei: gliel'ho detto, anche se fingendo di sparare una cavolata, le ho detto che mi piace. Lei ha riso, come se fosse davvero uno scherzo, ma il suo sguardo era diverso, o forse sono io che ho immaginato quel lampo di gioia nel momento che gliel'ho detto? E sono sempre io che immagino di vedere il suo sguardo illuminarsi ogni volta che ci vediamo? Boh! Fatto sta che mi piace!
Eravamo lì che discutevamo, quando sento quella voce odiosamente ostile «Hai letto la mail? Che cazzo vuole questo? Perchè dice che non accede in cabina? Che cazzo HAI combinato?»
Mi volto verso di lui e mi assale un'ira incredibile, non riesco a contenermi quando rispondo «HO combinato?! Ma sei totalmente rincoglionito? Non so che cazzo abbia, a parte il fatto che è un gran coglione! Non ai tuoi livelli, ma ci va vicino! Probabilmente cerca di ottenere una variante!»
In quella vedo il suo volto assumere un'espressione soddisfatta e impallidisco, voltandomi verso di "lei". Non tanto le parole, ma il mio tono furioso, ai limiti dell'istinto omicida che talvolta mi pervade, l'hanno realmente spaventata, vedo il panico nei suoi occhi mentre la guardo, mi dice due parole veloci sul lavoro e scappa via rapida verso il suo ufficio al piano di sopra.
Lo guardo furioso «Perchè? Perchè devi sempre farmi fare figure di merda? Eppure lo sai benissimo che ci tengo a "lei"! Per quale cazzo di motivo sei così arrogante e ostile? La tua è pura cattiveria, non avevi nessun motivo per agire così!» «No? Prima ho chiamato la Bionda e mi ha detto che stasera non veniva, quindi non vedo perchè tu devi spassartela con quella troietta quando io non posso scopare con la mia! In fondo io sono il tuo capo qua dentro e tu sei solo una merda al mio servizio!» «Tu non sei il mio capo! Sei solo un coglione! Anzi, sei peggio di un coglione! Non farti più vedere da me, che per me puoi anche crepare oggi stesso!»

...

E' stato orribile! Schifosamente orribile! Nulla a che vedere con gli spettacoli televisivi, nemmeno i più splatter, nemmeno con quelli che guardo continuamente e che ormai mi fanno sorridere per l'insulsaggine degli effetti usati.
La realtà supera di gran lunga ogni peggior fantasia e gli effetti reali sono davvero orrendi, orrendi e schifosamente insozzanti! E' orripilante ritrovarsi gli abiti e le mani insozzate e sfregare per ore con sapone e detersivi vari, mentre si fanno almeno una dozzina di docce, solo per riuscire a far sparire quelle tracce nauseanti, quell'odore acre che permea tutto il proprio corpo, quei resti che compaiono continuamente, anche dove non c'erano prima, quelle tracce che ricompaiono costantemente non appena ci si è convinti di averle eliminate per sempre, ma non spariranno mai e resteranno lì, per sempre...
Si: è stato veramente orribile!

...

Ho dovuto chiamare io in ditta, in Italia, per dare la notizia, per avvisare che c'era stato un grave incidente, causa il ghiaccio e quella maledetta fossa scoperta e incustodita che avevo detto mille volte essere pericolosa, piena com'era di spuntoni di ferro.
E' stato orribile estrarre il suo corpo orrendamente martoriato, com'è stato orribile dover comunicare in ditta che era morto il capo del cantiere, ma per fortuna non ho dovuto comunicare niente alla sua famiglia in Italia... ho solo chiamato io la sua amica Bionda per dirle che non c'è più il suo amico e quindi dovrà trovarsi qualcun altro per scopare nei fine settimana.

Il mondo del se...

O vvero, cosa sarebbe successo se...? Il primo esempio che mi viene in mente è cosa sarebbe successo se me ne fossi fregato del mobb...